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Immagine della moneta: Dikayosune Aequitas
Le immagini rappresentate sulle monete quindi si possono considerare una vera forma di comunicazione di massa all’interno della società antica. Grazie alla capillare diffusione della moneta infatti, in seguito ad una accurata selezione di immagini adeguate, si possono veicolare informazioni, modelli, ideologie. In questo tipo di comunicazione ‘visiva’, sulla moneta si trovano associate la leggenda (iscrizione) al tipo (immagine) per comunicare in due forme diverse, linguistica ed iconica/iconografica un medesimo messaggio. Queste immagini devono risultare facilmente comprensibili agli utenti che in una percentuale molto elevata restano in una condizione di analfabetismo, così che possano riconoscere all’interno del proprio patrimonio culturale o in rapporto alla notorietà di eventi anche recenti, il ‘significato’ della rappresentazione, il ‘senso’ del messaggio. PERSONIFICAZIONI L’immagine della divinità sin dagli esordi della monetazione classica, sia una divinità eponima o protettrice, contrassegna l’emissione per garantire la validità della moneta, esaltando l’identità statale di cui simboleggia l’autorità. Nella monetazione di Roma di età repubblicana dal momento dell’espansione imperialista (III-II a.C.) i gemelli divini, i Dioscuri, vengono raffigurati accanto alla città rappresentata come guerriera, per trasmettere un messaggio chiaro a tutti: la nuova padrona del Mediterraneo è protetta dagli dei che le garantiscono l’invincibilità. Anche gli altri tipi che compaiono nella prima monetazione romana esprimono la benevolenza nei confronti del nuovo ambizioso stato (Giove, Diana, Vittoria, Marte, Ercole, Minerva) finché vengono soppiantati da nuove immagini “personali”, i ‘tipi gentilizi’ emessi a nome dei magistrati monetari. Queste immagini, riferendosi ad un episodio noto del passato glorioso di Roma, in cui la gens del magistrato ha avuto un ruolo di primo piano, consentono al monetiere di acquisire prestigio e consolidare potere. Dal ricordo della figura di un antenato mitico ad un avo nobile e coraggioso fino alla celebrazione del magistrato stesso, delle sue imprese (I a.C.). Nella corsa della lotta al potere, nel clima sempre più incandescente della Tarda Repubblica, la moneta diventa un veicolo formidabile per la diffusione di messaggi affidati alle immagini su programmi personali o di “partito”. Finché, passato il travagliato periodo delle guerre civili, il regime imperiale si consolida e monopolizza la tipologia monetale. Augusto regolarizza il sistema monetario precedente, facendo coniare contemporaneamente monete nei tre metalli in un rapporto fisso tra loro ma soprattutto riesce a scorgere le potenzialità intrinseche nel diritto alla coniazione di conquistare il favore e l’adesione di un pubblico sempre più vasto mediante l’immagine riportata sulla moneta. Essa diventa infatti mezzo di comunicazione programmatico, delle aspirazioni, degli avvenimenti e degli intenti del nuovo signore di Roma. In età imperiale quindi la valenza politica che detta la scelta delle immagini si fa ancora più forte. I tipi contribuiscono a veicolare l’ideologia di una Roma superiore ed invincibile, il cui destino è strettamente legato all’Imperatore. Ogni Imperatore, riservando per sé e per la sua famiglia il ius imaginum, sponsorizza il proprio programma politico e sociale, il suo impegno pubblico nella gestione della compagine imperiale, in campo religioso ed evergetico, nell’attività bellica, a consolidamento della sicurezza e del benessere. La mentalità romana non ha mai accettato una diretta assimilazione al divino della figura dell’Imperatore, sentendo questo fenomeno come un uso estraneo ai propri costumi, troppo vicino alla tradizione delle monarchie ellenistiche e totalmente estraneo al mos maiorum. Oltre a riportare le cariche che consentono di governare Roma e l’Impero legittimamente (imperium proconsolare che concede anche il diritto di battere moneta e la tribunicia potestas che conferisce la inviolabilità della persona) le monete riportano frequentemente anche nella titolatura dell’Imperatore il titolo di Pontifex Maximus, a sottolineare anche la ‘santità’ della sua persona, dovuta ad una dignità eccezionale, una condizione che lo rende vicino al divino, più simile ai monarchi ellenistici, restando tuttavia nella tradizione romana. L’assunzione dell’onore del Pontificato Massimo da parte dell’Imperatore consente di elevare la figura del Princeps al rango della massima autorità religiosa a garanzia della sicurezza dello stato con il controllo delle pratiche religiose. La Pietas è infatti una virtù speciale nella mentalità romana perché nella tradizione storico-mitica Enea, fondatore di Roma, figlio di Venere ed Anchise, fuggendo da Troia in fiamme si occupa della salvezza del padre e dei sacri arredi. Quindi l’ Imperatore è in un rapporto privilegiato con la divinità ricoprendo il ruolo di interlocutore prescelto, che viene assimilato gradualmente nella sfera sovrumana fino alla apoteosi, l’assunzione tra le divinità dell’Olimpo e la conseguente divinizzazione post mortem. Mantenendo al dritto l’immagine del personaggio principale con i suoi titoli, il rovescio associa l’ Imperatore alle maggiori divinità, alle aspirazioni e desideri pubblici che diventano delle astrazioni del potere imperiale. L’Imperatore, come un re ellenistico, agisce in terra per conto degli dei, difende l’impero ed assicura pace e prosperità. Queste aspirazioni vengono tradotte in veri e propri tipi iconografici sulle monete: le Personificazioni. Esse sono delle entità astratte che si incarnano in rappresentazioni umane per veicolare virtù e concetti allusivi all’esercizio del potere imperiale. L’immagine più efficace nella comunicazione visiva è infatti quella umana, che per diversificarsi in virtù o concetti si arricchisce di dettagli che la rendono immediatamente riconoscibile. Sono presenti solo nella monetazione romana mentre nelle monetazioni di altri popoli si riscontrano immagini di divinità “aiutanti”, paredre. Le virtù personificate sono quindi l’emanazione di una qualità spiccata del Princeps (Clementia. Pietas, Iustitia, Munificentia, Aequitas) o di un carattere astratto garantito dal suo governo (Spes, Libertas, Securitas, Pax, Aeternitas, Salus). Le Personificazioni hanno attributi a distinguerle per rendere immediata la loro identificazione anche in assenza della leggenda, basti pensare alla raffigurazione della Pax che a partire dall’età augustea, epoca in cui l’ ideologia propagandistica di Augusto ne fa un tema fondamentale, viene rappresentata con un ramoscello d’ulivo; oppure alla Salus, che nell’iconografia monetale si presenta con una patera e scettro mentre nutre un serpente, simbolo del dio della medicina Esculapio, le cui spire sono avvolte intorno ad un’ara fumante per i sacrifici. L’ immagine della bilancia poi, nella monetazione appare legata alla raffigurazione di Moneta per simboleggiare il giusto controllo e la regolare produzione del denaro, garantendo il valore del metallo monetato. Essa tuttavia ricorre anche nelle rappresentazioni di Iustitia/Aequitas caricandosi di un significato più profondo ed universale, come simbolo di equità nel giudizio.
Iniziamo quindi ad esplorare il mondo delle immagini delle monete e delle Personificazioni…
Dikaiosyne, Aequitas, Iustitia
Il termine Dike significa giustizia, regola. La sua immagine ci è offerta dalla poesia greca quando ci descrive la Dike come divinità seduta presso il trono di Iuppiter, suo padre, mentre pesa sulla bilancia le azioni degli uomini e degli dei (Aes., Theogn., 902). I Greci usano il termine ‘dike / dikaion’ per indicare il concetto ideale di giustizia, in modo meno preciso e più spiritualistico di quanto non si usi a Roma, dove Theofilo nelle Istitutiones riporta “ciò che gli Ateniesi chiamavano dike i Romani la chiamano actio” (Arist., Aeth., V, 10; Theoph., Paraphr., IV,6). Al di là dei significati etimologici del termine, è interessante identificare la leggenda che accompagna la Personificazione di Dikaiosyne, Giustizia, Rettitudine, Equità riportata nello specifico su monete alessandrine e dell’Asia Minore. La leggenda identifica una figura femminile, a volte velata, con doppio chitone, che sorregge con la mano destra una bilancia e con la mano sinistra diversi attributi, quali spighe, patera, cornucopia (Claudio BMCRE Alex, 76-77 in biglione: stante, velata, bilancia nella d.). La prima emissione con l’immagine di Dikaiosyne la troviamo in Phrygia durante il regno di Augusto, ad Alessandria durante quello di Claudio. Nella monetazione urbana durante la Repubblica l’immagine della Giustizia non è presente, nel periodo imperiale invece, su un dupondio di Tiberio del 23 d.C., è raffigurata una testa femminile –in cui si identifica Livia- con la leggenda IVSTITIA (Tiberio BMCRE I, p. 136, 79: Testa di Livia / Iustitia drappeggiata volta a d., con corona di fiori. Il ritratto è simile alle emissioni con leggenda Pietas; sarà Tito a riproporre le emissioni con Iustitia e Pietas). Sembra che l’intento sia quello di ribadire la continuità della giustizia dal principato di Augusto a quello di Tiberio grazie alla mediazione dell’Augusta, moglie dell’uno e madre dell’altro. Il secondo esemplare appartiene al breve regno di Galba ed Otone (Galba BMCRE I, p.360: AEQUITAS SC, AEQUITAS AVGVSTI SC, figura femminile stante con la destra che sorregge la bilancia ed un ramoscello nella sinistra; Otone, 4 senza leggenda; 5 tav. XL). Nel 69 d.C. sotto Vitellio compare per la prima volta la leggenda AEQVITAS AVGVSTI accanto ad una figura drappeggiata a capo scoperto con la bilancia nella destra ed un’asta nella sinistra (aureo di Vitellio BMCRE I, p.217, 69 AEQVITAS AVGVSTI). A Roma quindi ci sono due figure femminili che possiamo comparare con Dikaiosyne: Iustitia ed Aequitas. E’ necessario tornare alla definizione di giustizia per cogliere le somiglianze tra le diverse emissioni monetali che si presentano simili e sempre caratterizzate dalla bilancia nella mano destra, mentre variano negli attributi tenuti nella sinistra. Tutte le Personificazioni che con un appellativo simile danno l’idea di ordine, armonia nello sviluppo dell’universo, sono riconducibili all’idea della giustizia, in senso astratto, fondata su una volontà superiore. Nel mondo greco-romano il concetto di giustizia è ancora naturalistico: si cerca la sua origine nella realtà naturale, comunque concepita, sia come principio materiale che ideale. I Pitagorici per primi intesero la giustizia come riflesso nel mondo morale dell’armonia cosmica, espressa nel moltiplicarsi del numero per se stesso. Con Platone poi la giustizia è l’armonia tra le diverse facoltà dell’anima e le diverse classi dei cittadini, in quanto a ciascuno spetta l’attuazione del proprio compito. Aristotele ritiene che la giustizia, partecipando all’essenza della virtù, debba rappresentare il giusto mezzo tra un eccesso e un difetto. A Roma si conserva il significato oggettivo e naturalistico ella Giustizia, si pone tuttavia un accento sull’aspetto anche soggettivo. Cicerone considera la giustizia habitus animi, communi utilitate conservata, suam cuique tribuens dignitatem (Cic., De inv.); Ulpiano costans et perpetua voluta ius suum cuique tribuendi (Ulp., Dig.,I,1,10). Come in una parabola evolutiva l’ habitus animi diventa la constans et perpetua voluta, la dignitas diventa il ius. La giustizia secondo l’insegnamento filosofico stoico diventa una virtù non solo una scienza (ratio), che segue la natura, ma si afferma come arte (voluta) . Quello che la natura assegna infatti si trasforma in diritto e una misura comune di giustizia o di uguaglianza proporzionale regola il sistema di rapporti tra individui aventi diritti diversi. Solo il Cristianesimo cercherà il concetto di giustizia non più nella natura ma nella volontà di Dio. A Roma quindi le regole del diritto romano sono conformi ai principi di giustizia naturale e la tradizione religiosa rende sacre tutte le forme e le prescrizioni della legge (Don. Ad Ter., Ad.,I,26; Cic., De off., I,64- VIII, 14,24; Dig., XVVII, frg. 10,90 e 183; Cic., De Off., I,10; II, 12; Pro Caec., 27,28). L’ evolversi della cultura romana, grazie all’influenza greca, fa prevalere lentamente l’idea di una giustizia più attenta al diritto dell’individuo. Nello svolgersi delle attività dello Stato infatti la Giustizia è ciò che deriva da una volontà superiore, divina, non modificabile. L’Equità invece è una mediazione tra diverse esigenze che determina una situazione di bilanciamento in quanto il concetto di Aequitas “è suggestionato dalla realtà fisica dell’equilibrio e dal rapporto pareggiato dalle parti in causa” (Belloni, LIMC I, sv. Aequitas). Tutto ciò è sottolineato dalla presenza costante sulle rappresentazioni monetali della stadera con i due piatti in una situazione di parità. Sulle monete imperiale greche ed alessandrine non esiste questa dicotomia: Dikaiosyne rappresenta sia la Giustizia morale (Iustitia) che la Giustizia commutativa distributiva, a Roma sempre caratterizzata dalla bilancia in uno stato di equilibrio o parità nella mano destra ed altri attributi nella sinistra (Aequitas). Troviamo per la prima volta Dikaiosyne durante il regno di Augusto a Prinnessos, la moderna Seulun, in Frigia, città situata in uno snodo stradale, centro molto importante sia dal punto di vista religioso che commerciale, dove si coniano monete di bronzo con Dikaiosyne come Personificazione prevalente, stante, con chitone e hymation, a volte con calathos, con la bilancia nella destra tesa e due spighe nella sinistra levata in alto (Augusto BMCRE Phrygia, p. 363,15-16; 17-18). Indicativa è l’emissione costante di Dikaiosyne in una città perno del sistema commerciale e religioso della Frigia, dove dal regno di Augusto, sotto Tiberio e Nerone, si celebra il concetto politico di Giustizia sia legato alla sfera religiosa (applicazione delle leggi) sia alla sfera dell’equità più vicina alle esigenze umane (uguaglianza dei valori economici)(Tiberio, p.364, 19-20-21; Nerone p.366, 24-25; SNG Aulok 3937/38; 3941/43). Un concetto ribadito anche dalle emissioni di Tiberio che, anche a Roma, celebra la Iustitia prima erigendo un altare e successivamente facendo battere il dupondio con un’immagine femminile, probabilmente il ritratto di Livia, con la leggenda IVSTITIA. A Prymnessus, durante il regno giulio-claudio, l’immagine rimane invariata, sulle monete di Alessandria di Vespasiano e Domiziano con un piccolo scettro, anepigrafe. Con Tito la Personificazione di Dikaiosyne si presenta in trono a sottolineare il successo e così sempre a Prymnessos, con Antonino Pio, Lucio Vero, Caracalla, Elagabalo, Gordiano III e Salonina l’immagine della Dikaiosyne si presenta seduta su trono con bilancia nella destra e due spighe nella sinistra (Augusto BMCRE, p.364-5,18,25; Tiberio p.365,26; Nerone p. 366, 27; Tito, 26; Antonino Pio etc., pp. 367-8,32,34,38; Geta 31 con papavero nella s.; Elagabalo 32; Gordiano 34; Gallieno 35). Sotto Gordiano I e durante il regno di Gallieno la variante del tipo monetale si arricchisce poiché il trono sul quale siede la Personificazione è sorretto da due Nikai (Gallieno BMCRE p.368,36). Nella versione dell’immagine monetale con Dikaiosyne stante con bilancia e spighe possiamo rintracciare la Personificazione femminile presente sulle monete emesse a Rome con leggenda AEQVITAS, che tiene nella destra la bilancia e nella sinistra un’asta o meglio una pertica (Gallieno BMCRE p.368,53. La definizione di pertica risulta più appropriata in quanto essa è uno degli strumenti degli agrimensori e nell’immagine conferisce una presenza “agricola”, un accenno alla regolazione dominicale degli agri). Dikaiosyne ha invece nella sinistra tesa in alto due spighe, stessi oggetti e stessa posizione di Euthenia, personificazione del concetto di Abbondanza delle messi, tipico della monetazione alessandrina. Esiste quindi una similitudine tra i tipi emessi dalle diverse zecche imperiali durante il medesimo periodo, a sottolineare l’universalità del programma di governo e a testimoniare la efficienza della comunicazione tra i diversi territori. Nel periodo giulio-claudio infatti, abbiamo anche un rovescio, quasi identico, attestato a Prymnessos, con la figura femminile stante e seduta con bilancia e nella sinistra le due spighe. Ad Alessandria dal regno di Claudio è testimoniata l’immagine stante di Dikaiosyne ma la mano sinistra, tesa verso il basso, sembra libera. Benché lo stato di conservazione degli esemplari consenta solo un’ipotesi di integrazione, si può immaginare che reggesse un lembo del peplo, come nell’emissione successiva a nome di Nerone (Nerone, Dattari, Numi Augg. Alexandr, 222,228). Qui Dikaiosyne velata, stante volta verso sinistra, tiene con la destra la bilancia e con la sinistra il peplo; in una seconda emissione invece si appoggia con il gomito sinistro ad una colonna. L’immagine caratterizzata dalla bilancia e le spighe in Oriente o la pertica a Roma, è presente soprattutto nel I d.C., ad indicare che la Giustizia, l’applicazione della legge, si rivolge prevalentemente alla sfera commerciale, interessata dagli approvvigionamenti e dagli scambi di prodotti agricoli. A Roma Aequitas con la pertica, dopo gli esemplari battuti durante i brevi regni di Galba, Otone e Vitellio, a scopo propagandistico, si ritrova su una moneta dell’anno 80/81 d.C. emessa da Tito con al D/ DIVVS AVGVSTVS VESPASIANVS, testa laureata ed al R/ Aequitas stante con bilancia e pertica (Tito BMCRE 26). I Flavi dimostrano sulle loro monete il desiderio di ripristinare la giustizia dopo gli eccessi di Nerone e il travagliato avvento al potere, facendo battere immediatamente a Lugdunum sia un aureo che reca l’immagine di una divinità femminile seduta in trono con scettro e spighe e leggenda IVSTITIA AVG, che monete con leggenda AEQVITAS. Tito ripete l’iconografia monetale degli esemplari tiberiani con IVSTITIA. Domiziano a Roma non conia né monete con Iustitia né con Aequitas, ha tuttavia abbondanti emissioni a Prymnessos ed Alessandria dove si attesta l’inizio della variante con cornucopia nell’incavo del gomito sinistro. Nerva fa coniare monete con leggenda IVSTITIA AVG con la figura che tiene scettro e ramo,personificazione assai simile a quella della Pax oltre a quelle già citate con Aequitas (Nerva RIC II, 6,18,30; 63,77; 13,25,37,40; 43). Durante il regno di Traiano sono attestate rare emissioni recanti Aequitas con bilancia e cornucopia, nessuna Iustitia ma parecchie con l’immagine di Dikaiosyne ad Alessandria (Traiano RIC II, 119;). Sotto Adriano si registra un mutamento dell’iconografia di Iustitia. L’immagine si presenta seduta con patera e scettro, raramente palma e scettro; gli attributi della bilancia e della pertica ritornano invece su nominali inferiori, un sesterzio ed un dupondio, quando al rientro nell’ Urbe l’Imperatore dà un rinnovato impulso all’agricoltura (Adriano RIC II, 6,19, 42,214,215,362; 710,728,737; 816 IVSTITIA AVGusti; 764). Esemplari tutti battuti dalla zecca di Roma (RIC II, 121, 151, 163; Adriano BMCRE III, p.465, 1482; 1572). Durante il regno di Antonino Pio molti esemplari della zecca urbana riportano sul rovescio Aequitas, riconoscibile esclusivamente dagli attributi, perché sulle monete sono riportate solo le cariche dell’Imperatore (Antonino Pio BMCRE IV, p.75, 518). Da Pescennio Nigro in poi immagini monetali con leggenda IVSTITIA AVG riporteranno l’immagine femminile con gli attributi propri di Aequitas: bilancia e cornucopia, quelli di Dikaiosyne-Iustitia stante con bilancia e cornucopia (RIC IV, 45,46,49; 47,49 IVSTITIA AVGVSTI). Sembra quindi costante la corrispondenza di immagini tra Dikaiosyne ed Aequitas, non tra Dikaiosyne e Iustitia. Anche se il significato della leggenda è simile, Iustitia si avvicina forse più al concetto di Dike, come iconografia, attestata anche nella ceramografia attica ed apula. Invece la coincidenza tra Dikaiosyne ed Aequitas sembra costante, l’evoluzione della figura delle due personificazioni è paritetica: l’una prevalentemente a Roma e l’altra soprattutto ad Alessandria ed in Asia Minore, a Prymnessos. Durante il regno di Vespasiano incontriamo Dikaiosyne stante con peplo e chitone che tiene la bilancia nella destra ed un piccolo scettro nell’incavo del braccio, così come durante il regno di Domiziano (Vespasiano BMCRE II, 244; Domiziano, 284. L’immagine di Aequitas con bilancia e scettro, è presente sulle monete battute a Roma, anche durante il regno di Adriano e di Antonino Pio (Adriano BMCRE III, 591, 1305 anepigrafe), in Asia Minore a Tarso, durante il regno di Filippo l’Arabo (SNG v Aulok 6060); poche le emissioni alessandrine con bilancia ed un piccolo scettro, generalmente anepigrafi (Dattari 374-377; 3909-10). Dal regno di Nerva in poi, le emissioni di Aequitas con bilancia e cornucopia a Roma e nelle zecche provinciali, ricordano quelle alessandrine di Dikaiosyne sempre con bilancia e cornucopia. In questo periodo l’immagine gode di un grande successo, a significare che l’equità e la giustizia da parte di ogni cittadino e soprattutto da parte dell’Imperatore sono fonte di ricchezza ed abbondanza. Concetto ribadito dalla presenza del genitivo AVGVSTI nella leggenda monetale. Numerose emissioni con questo tipo e con la leggenda Dikaiosyne sono presenti in Asia Minore, ad Amastris in Paphlagonia, con Faustina Minor, a Nicea con Macrino, Octacilia e Gallieno, a Nicomedia con Caracalla e Tranquillina, a Tios durante il regno di Commodo, ancora in Frigia con Caracalla e a Prymnessos con Gordiano III. Ritorna l’immagine con scettro e cornucopia a Hyrgaleis ed a Mopsos bilancia e cornucopia ed al dritto la testa di Lucilla. Ad Alessandria abbiamo quindi emissioni continue recanti Dikaiosyne con bilancia e cornucopia, seppur con varianti minime, sotto tutti gli imperatori, non sempre identificabili dalla leggenda poiché la tipologia è talmente caratteristica e ripetitiva nel corso del tempo da non richiedere ulteriore specificazione (Faustina I BMCRE 1357; Faustina II SNG v Aulok 600, 694, 728; Macrino Octacilia Gallieno SNG v Aulok 600,694,728; Caracalla Tranquillina SNG v Aulok 773, 828; Commodo SNG v Aulok 951; Caracalla BMCRE Hyrg, p. 275, 9; Lucilla SNG v Aulok 5741). La prima emissione alessandrina con Dikaiosyne recante bilancia e cornucopia appartiene al periodo di Domiziano ed è anepigrafe, a Roma quella con Aequitas recante bilancia e cornucopia a quello di Nerva. E’ probabile che l’immagine sia stata ideata ad Alessandria, sotto Domiziano, accolta in seguito a Roma ed utilizzata come immagine di Aequitas, trasferita di nuovo nelle zecche provinciali. Abbiamo infatti emissioni contemporanee di Aequitas a Roma e Dikaiosyne ad Alessandria durante il regno di Nerva (Dattari 631-2). Per il regno di Traiano sono testimoniate emissioni di Dikaiosyne ad Alessandria anepigrafi mentre non si conoscono immagini simili di Aequitas a Roma in questo periodo (Dattari 652-9; 846-7; BMCRE 357). Adriano fa coniare monete sia con Iustitia che con Aequitas senza definizione ma con bilancia e cornucopia ed in alcuni casi con un ramoscello nella mano sinistra della Personificazione (Adriano RIC II, 576, 637; 746, 795; 780). Ad Alessandria invece Dikaiosyne ha esclusivamente bilancia e cornucopia ed è sempre anepigrafe, anche l’esemplare con Sabina al dritto (Dattari 2067). Durante il regno di Antonino Pio a Roma le emissioni riportano i medesimi attributi ma senza leggenda esplicativa, come avviene invece ad Alessandria (Antonino Pio BMCRE IV, 1861; Dattari 2186-2192; BMCRE 948, 950, 1058, 1061). Hanno uguale fortuna Aequitas a Roma e Dikaiosyne ad Alessandria sotto Marco Aurelio e Faustina, benché Faustina non abbia Aequitas con il suo ritratto a Roma ma numerose emissioni con Dikaiosyne ad Alessandria (Marco Aurelio BMCRE IV, 478, 1539, 466). Lucio Vero continua la tradizione con Aequitas a Roma ed Alessandria così come Lucilla (Marco Dattari 3149, 3242-3, 3441, 3150, 3155, 3196, 3198; Faustina BMCRE 1315; 3651-2; Marco e Lucio 3324; Marco RIC III, 401; Lucio BMCRE IV, 472; Dattari 3705,9; BMCRE 1373; Lucilla Dattari 3815; Mopsos SNG v Aulok 5741). È interessante registrare la comparsa durante il regno di Marco Aurelio e Lucio Vero esclusivamente ad Alessandria tra le zecche orientali imperiali, di esemplari che attestano una figura femminile sempre con bilancia e scettro che può avere un mucchietto di monete ai suoi piedi, stante in un peristilio circolare o accompagnata da statue dall’iconografia simile, con leggenda MONETA (Marco BMCRE 1261; Dattari 3349-50; BMCRE 1290; Dattari 3477, 3478; Lucio 1377; Dattari 3731, 3732; Sett. Sev. Anepigrafe 1456). Il tipo di Moneta è uguale a quello di Dikaiosyne ma la raffigurazione risulta maggiormente articolata, non compaiono accenni alla cultura egiziana. Ad Alessanadia si batte moneta con Dikaiosyne con bilancia e scettro senza leggenda mentre in Asia Minore con cornucopia per le emissioni di Crispina. Nel breve periodo di Pertinace abbiamo attestata una emissione con Titiana al dritto e la Personificazione al rovescio, così come in una di Pescennio Nigro (Crispina Dattari 3968, 3976; Titiana Dattari 3979; Pescennio Dattari 3982). Durante il periodo dei Severi Dikaiosyne ed Aequitas sono personificazioni molto care all’ideologia imperiale, tanto che sono accompagnate dalla leggenda AEQUITATE PVBLICAE nel tipo delle ‘tre monete’: tre Aequitas con ai piedi di ciascuna una pila di monete e la leggenda AEQVITAS PVBLICA(BMCRE 1454; Dattari 3988, 3989; BMCRE 1467; Dattari 4019, 4020; RIC IV, 635; BMCRE 1474; SNG v Aulok 773, 828; BMCRE 275,9). Ad Alessandria proseguono le emissioni con Dikaiosyne recante bilancia e scettro ma non Moneta. Per Settimio è attestata quindi un’unica emissione con Moneta ma Dikaiosyne prosegue anche con Iulia Domna e Caracalla, fino alle emissioni di Hirgaleias e Nicomedia con al dritto l’effige di Tranquillina. Con Elagabalo la zecca di Antiochia batte un denario con Aequitas che tiene bilancia e cornucopia, così quella di Alessandria con al dritto i ritratti di Elagabalo, Iulia Paula, Soemia e Mamaea. Sotto Severo Alessandro le emissioni con Aequitas proseguono sia a Roma che ad Alessandria, mentre con Orbiana e Mamaea solo in quest’ultima (Elagabalo RIC IV, 166; Dattari 4113; BMCRE 1494, 1495; Paula Dattari 4162; BMCRE 1526, 1527; Soemia Dattari 4206; Maesa Dattari 4217, 4218; BMCRE 1568-71). Durante il regno di Gordiano I si ricordano emissioni in Frigia, durante quello di Gordiano III con Tranquillina ad Alessandria ed in Asia Minore. A Filippo I ed Octacilia sono riconducibili monete con Aequitas a Roma, a Traiano Decio ad Antiochia così come a Treboniano Gallo e Volusiano (Sev Aless RIC IV 546-7; Dattari 4290-5; BMCRE 1613, 1618; Orbiana Dattari 4448; BMCRE 1717; Mamaea Dattari 4479, 80; 4482-3; BMCRE1732-5; Gordiano I BMCRE 368; SNG v Aulok 3946; Gordiano III Dattari 4716; BMCRE 1868-9; RIC, 34,40,51,57,63,72,177,267,277,286; Tranquillina Dattari 4819; Filippo I Dattari 4969-4872; BMCRE 1953,6; Octacilia Dattari 4969,73; BMCRE 2008,11; RIC IV, 138; Filippo II Dattari 5023; Traiano Decio BMCRE 2072-3; RIC IV, 45; Treboniano Gallo Dattari 5113; BMCRE 2101-2; Volusiano Dattari 5125, BMCRE 2109). Negli anni di regno di Gallieno Alessandria continua a coniare monete con il tipo di Dikaiosyne con bilancia e cornucopia ma effettua delle piccole varianti: la doppia cornucopia e la palma. Claudio II riprende le emissioni regolari ed è imitato da Aureliano con Severina e Tacito, Probo, Caro e Numeriano (Gallieno BMCRE 2174-5; Salonina Dattari 5328-30; Claudio II BMCRE 2315; Aureliano Dattari 5442-4; BMCRE 2343-4; Severina Dattari 5499-0; BMCRE 2374; Tacito Dattari 5515; BMCRE 2402; Probo Dattari 5526-8; BMCRE 2441; RIC V.1, 6; V.2 150.6, 37; Caro Dattari 5565-6; BMCRE 2441; Numeriano 5599-0; BMCRE 2462). Proseguono la tradizione Diocleziano insieme con l’altro Augusto Massimiano e Galerio Massimiano (Diocle Dattari 5645-8; BMCRE 2487-92; Maxim Dattari 5882-8; BMCRE 2449-0; Costantius I Dattari 6038-43; BMCRE 2601-2; Gal Max Dattari 6117-19). Durante il periodo in cui la zecca alessandrina è attiva, Dikaiosyne è presente sul rovescio di molte esemplari emessi sotto quasi tutti gli imperatori. È possibile identificarla sia con Iustitia sia con Aequitas per il suo significato ma l’immagine resta costantemente fedele a quella di Aequitas, con pochissime varianti, sempre simili a quelle riportate dalla zecca urbana. Nessuna aggiunta caratterizza la zecca alessandrina durante il regno di Gallieno e solo in tre emissioni si nota l’aggiunta della palma, ma nel campo, dietro la figura. La fissità del tipo con poche varianti e senza alcuna aggiunta di simboli egiziani, tipica di molte altre personificazioni che appartengono ad esemplari battuti ad Alessandria, conferma l’ipotesi che le immagini preposte all’autorità del Praefectus Aegypti fossero molteplici. Alcune modificabili, per meglio aderire al gusto locale, alcune fisse, legate all’autorità imperiale, come il ritratto, le scene con l’immagine dell’Imperatore, quelle legate all’autorità dell’Imperatore. Come Aequitas-Dikaiosyne che presenta un’evoluzione iconografica della figura femminile che reca prima le spighe, poi un piccolo scettro ed infine gli attributi canonici di bilancia e cornucopia.
(P.C.) (U.I.)
Riferimenti bibliografici sulle attestazioni di ‘Aequitas’
Belloni, G.D. sv. Aequitas, in LIMC, (1981-2009). Dattari, A. Nummi Augg. Alexandrini I-II ,Cairo 1901.
A.A. V.V., Roman Imperial Coinage, vol. 1, 31 BC-AD 69 (C. H. V. Sutherland), Londra 1984 (edizione rivista), Edizioni Spink & Son. A.A. V.V., Roman Imperial Coinage, vol. 2, Vespasian to Hadrian (H. Mattingly, E. Sydenham), Londra 1926 (edizione rivista, ristampa 2003), Edizioni Spink & Son. A.A. V.V., Roman Imperial Coinage, vol. 3, Antoninus Pius to Commodus (H. Mattingly, E. Sydenham), Londra 1930 (edizione rivista, ristampa 2003), Edizioni Spink & Son. A.A. V.V., Roman Imperial Coinage, vol. IV, 1, Pertinax to Geta (H. Mattingly, E. A. Sydenham), IV, 2, Macrinus to Pupienus (H. Mattingly, E. A. Sydenham, C. H. V. Sutherland), IV, 3, Gordian III-Uranius Antoninus (H. Mattingly, E. A. Sydenham, C. H. V. Sutherland), Pertinax to Uranius Antoninus, Londra, ristampa 1998 in un solo volume, Edizioni Spink & Son. |

